La casa

CAPITOLO III
LA CASA

“The view” by Gloria D.

La grande casa era lì da molto più tempo di quanto gli abitanti potessero ricordare. Era una delle più antiche, eppure, nonostante gli anni fossero passati, ancora resisteva, con le sue lugubre e irregolari forme. Era stata ristrutturata molte volte, distrutta altrettanto, abitata, svuotata, ri-abitata e ora, all’ apparenza deserta. Da molto tempo i pochi fortunati che abitavano nei dintorni, avevano assistito ad uno via vai, che definire strano non era forse il termine più adatto. Inquietante si avvicinava, ma non rendeva completamente l’idea. Il fatto era, che gli animali dei dintorni, avevano deciso che quello era il posto migliore dove esalare l’ultimo respiro. Ne venivano attratti e dopo pochi giorni la loro vita si concludeva sul patio, dietro i cespugli o i grandi alberi che circondavano l’edificio o in chissà che altri posti che nessuno conosceva. Gli uccelli, se per caso, nella loro sfortunata evoluzione volatile raggiungevano la traiettoria della casa, finivano inevitabilmente per rallentare la loro corsa e poi, come storditi, planavano dolcemente sul tetto rimanendovi immobili anche per giorni. Dopo pochi giorni di quegli uccelli restava solo la carcassa. Dopo poche settimane nemmeno quella. Il punto più misterioso di tutta questa questione era proprio quello: le carcasse non rimanevano lì per molto, sparivano. I vicini, si accusavano silenziosamente l’un l’altro di avere posto rimedio alla cosa e nessuno si preoccupava di verificare che così non fosse. Ma tutto ciò perse d’importanza quando la casa fu, nuovamente, forse per la decima volta da quando fu costruita, abitata. La notizia colse tutti così di sorpresa che quando i nuovi padroni arrivarono non restò altro che stare a guardare.
In realtà quello che videro fu molto poco. I nuovi inquilini arrivarono di notte e per molte settimane gli unici segni della loro presenza furono le luci della casa, il patio e i giardini completamente ripuliti e un rifiorire selvaggio della vegetazione che pian piano prese possesso del cancello e delle inferriate che circondavano la proprietà nascondendo tutto alla vista. Ovviamente era strano, così pensarono i vicini che invadenti si appropinquavano per controllare o i più temerari, entravano recando come scusa qualche affare trovato apposta per l’occasione o con qualche dono da dare. Tornavano indietro sempre a mani piene e delusi dato che nessuno si preoccupava di rispondere loro e spesso si domandavano che cosa ci facessero con quelle cose in mano sulla soglia di quel vialetto ora perfettamente ripulito. Rimanevano intontiti, poi ricordavano vagamente del perché erano li fuori e osservavano la casa davanti di loro ma nessuno poi ci faceva ritorno. Restava loro addosso un certo disagio e quando osservavano l’antica dimora, tutti giuravano che due occhi rossi li stavano fissando dall’interno, due occhi che penetravano in loro, che li facevano, quasi ovvio a dirlo, rabbrividire. E pian piano nel vicinato crebbe la sensazione che più guardavano la casa più essa guardava loro. Se si spostavano, gli scuri, come due pupille mortifere seguivano il loro incedere, giudicando le loro prossime mosse come se potessero leggere le loro menti e vedere le loro intenzioni. E di certo non era positivo il giudizio che la casa ne traeva. Li puniva col suo insondabile silenzio, con la sua solenne ombrosità, tanto che a nessuno di loro venne più in mente di entrarvi.
Poi avvenne. Pian piano la casa si animò. Prima vennero dei rumori all’interno, passi, porte che sbattevano, finestre aperte o misteriosamente chiuse, tende tirate ma con uno spiraglio che lasciava intendere che qualcuno dall’interno scrutava fuori… Poi ci fu la grande auto che attraversò tutta la via principale come una lama d’ebano e si infilò nel vialetto chiuso, scoprirono poi tutti, da un cancello elettronico. Quando e come era stato montato anche questo era un argomento che sconcertava ma pochi ci badarono presi com’erano dal connubio bella macchina – eleganti padroni che ci si aspettava.
Infine quello che videro fu nell’ordine: un gatto bianco, che miagolando e soffiando, scappò, seguito da un cane lupo e dal suo furioso latrare. I cancelli erano aperti e i due si diedero alla fuga. Dietro di loro imprecando in una lingua poco nota veniva una vecchietta. La donna di servizio, pensarono tutti, ma per molti giorni non si vide che lei tanto che molti non riuscirono a spiegarselo. La vecchia signora, vestita con una lunga gonna, un fazzoletto sul capo a proteggerla dal sole e un grembiulino sporco di cotone, per più giorni fece dentro e fuori dalla casa, tirandosi dietro un carrello. Sopra, a nascondere quelle che sembravano delle casse di legno, stavano delle logore coperte di lana. Alcuni uccellini, insetti e quant’altro, attirati probabilmente dallo strano odore che proveniva da quel tumolo, vi si infilavano e spesso resistevano per il tempo necessario a lasciare uno sgradevole ricordo. La vecchia non ci faceva caso. Spingeva il carrello cigolante, fermandosi per sputare o imprecare o entrambe le cose.
Se qualcuno la fissava, non importava in che punto fosse, lei si girava a guardarlo di rimando, gli occhi cisposi fissi sulla figura. Non si distoglievano finché non era l’altro a farlo o perché, notando chi la guardava, senza troppe remore, gli rideva in faccia. Era una risata sfacciata, gracchiante e fastidiosa che metteva in bella vista i pochi denti marci che rimanevano.
Camminava con quel suo incedere da vecchia, all’apparenza tranquillo, dondolando qua e la, trascinando i piedi luridi, adornati da un paio di zoccoli nuovi. Se qualcuno le intralciava la strada, senza troppi riguardi gli sbatteva addosso il peso del carrello, se questo si scostava in fretta, poteva anche prendersi un sorriso o alla peggio una carezza compiaciuta. Capitava che a volte, qualche sciagurato non solo non si spostava dal suo malaugurato percorso ma le si parava davanti deciso ad affrontarla o quanto meno a metterla a posto.
Lei si fermava, fissava dal basso verso l’alto, (era talmente bassa che chiunque, eccetto forse i bambini la sovrastavano) e iniziava a inveire addosso al mal capitato. Un furioso fiumi di parole, con accenti grotteschi e stranieri lo investiva e lo sfortunato, oltretutto, quando la gente accorreva, doveva sottostare al loro sguardo perplesso e severo. La donnina non si faceva scrupoli di usare pure le lacrime, indicandolo e gemendo, a rivelare una colpa di cui si sentiva perseguitata.
Quindi finiva sempre che procedeva, con il suo solito giro, dove finisse nessuno lo sapeva. Portava con se dei gessetti e un vasetto con dell’acqua, che tintinnava ad ogni passo, con questi tracciava dei segni sulle case che più la interessavano, non così vicino da attirare troppe attenzioni, non così lontano da non far capire che erano proprio quelle le case che voleva.
Alla fine nessuno ci fece più caso e la vecchia divenne parte della giornata. Suscitava sempre risate nei ragazzini che ne scimmiottavano l’incidere, rimanendo comunque ad una certa distanza di sicurezza. Altri, più temerari, arrivavano perfino a tirarle dei sassi, nascondendosi prontamente poi dietro qualcosa. Inventarono pure un gioco: poiché quella fatica a voltarsi, reagendo solo ad un vero contatto umano, la sfida era di vedere quanto forte e dove dovevano colpirla per indurla a girarsi. Speravano in qualche scenata, ma lei non li dava mai questa soddisfazione.
Un giorno uno di loro, forse un po’ temerario forse un po’ sciocco, prese una pietra più grande deciso finalmente a farla voltare. Si chiamava Peter quel ragazzo, che sovrastava i compagni in molte cose ma non nella furbizia. In palio non c’era granché solo il brivido di riuscirci e nemmeno si preoccupava di poterle fare davvero del male, contava sulla sua grande mira. Si acquattò dietro la casa dei Miller, ormai tutti sapevano che ad un certo punto la raggiungeva. Quella volta però tardò. Si erano radunati un po’ di ragazzi quel giorno, avevano sentito che sarebbe successo qualcosa di grosso e chi sparsi nei cespugli vicini, chi sui viottoli in bella vista, a gruppetti di due o tre stavano a guardare ed aspettare. Finalmente la vecchia arrivò. Trascinando il suo pesante fardello, parve ignorare tutti, specialmente i bambini che già ridacchiavano di loro. Giunse infine alla casa dei Miller, quella grande, color pesca e piena di nanetti da giardino. Li non si fermava mai, imprecando invece contro quelle buffe statue, come se il loro continuo sogghignare lo sentisse rivolto a lei. Fu per questo che Peter si decise per quella casa. Acquattato dietro uno dei muri, vicino alla rete del cane, teneva il sasso nella sua manona, estremamente grande per uno della sua età. Sudando, impavido, aspettò che la vecchina si girasse, ancora e ancora qualche istante che si incamminasse e lo raggiungesse. Poi attaccò. La colpì in pieno sulla schiena alla base del collo, gelando tutti perché in fondo nessuno se lo aspettava che avesse così tanto coraggio e così buona mira.
La vecchina stramazzò a terra, nessuno venne a soccorrerla e i cani iniziarono ad abbaiare. Poi anche lei iniziò a gemere, una lunga litania senza significato. Non riusciva a rialzarsi. Stava li sbattendo le mani e i piedi, come una tartaruga rovesciata sul guscio. Iniziò a schiumare. I passanti si avvicinavano, alcuni per chiederle come stavano, cercavano di aiutarla ma questa si dimenava con le braccia e i piedi così forte da scalciare via tutti. Qualcuno pensò di chiamare la polizia o l’ambulanza ma di sangue non ce n’era e dalle urla che faceva era sicuramente ancora viva. I ragazzi intanto si erano dileguati quasi tutti.
Finalmente riuscirono ad alzarla, non pesava niente la povera vecchia, un soldo di cacio, piangeva. Gli adulti interrogarono i figli, chi come dove e perché. Saltò fuori il nome di Peter, un po’ ce lo si aspettava, c’era sempre lui dietro a quei misfatti. La vecchia si fece dare il nome, ripetere uno e più volte, parve calmarsi man mano che lo pronunciava come una preghiera. Non rispose alle mani tese per aiutare, alle parole gentili, riprese invece il suo carrello come se nulla fosse e tornò indietro. Fu quella l’unica volta che non completò il girò e fu quella l’ultima volta che la videro.
***
C’è una vecchia canzone ma che tutti hanno ormai hanno dimenticato perché non si tramanda più. Solo i vecchi nella loro saggezza se la ricordano, richiama loro il terrore dei tempi passati, quando le cose si conoscevano per nome e vi si stava ben lontani. Si aveva più rispetto. Alcune volte la canzone la puoi sentire canticchiare da qualche nonno, nel delirio di una demenza avanzata, o sovrappensiero mentre è affaccendato in altre cose. E’ una canzone orecchiabile a suo modo. Le parole, che Peter non conosceva, che nessuno di quei ragazzi conosce, fa pressapoco così:

Al limitare della foresta,
diffida delle case disabitate
diffida dei sentieri poco battuti
diffida se gli uccelli hanno smesso di cantare

Non ti fidare ad andare nel bosco
vi stanno gli orsi, i lupi e le streghe,
vi stanno cose che non puoi vedere
ma che nel profondo ti conosco bene
Non ti fidare ad andare nel bosco,
dopo il tramonto, da solo nel bosco.

Non ascoltare chi ti chiama dal bosco
non accettare i doni da chi non conosci
affretta solo il passo e allontanati
da quella luce che nella foresta ti attira
Non vi è calore ad attenderti
ma solo morte.
Non vi sono doni per te
ma solo inganni,
Tutto tace nel bosco,
e attende, ha fame
la creatura che ti mente.
Sembianze umane,
sorriso dolce,
voci di miele
e sguardo che nulla teme.

Sa dirti le parole che vorresti sentire,
sa usare le tue paure da cui vuoi fuggire
Ti porterà nella sua casa al limitare nel bosco
e con lei ti terrà nel suo oscuro posto.

E’ una canzone fatta apposta per essere ripetuta, perché ti entri nella testa come avvertimento. Peter non l’ha mai sentita quella canzone e forse è per questo che nel bosco lui ci andò. Non era dopo il tramonto, non era nemmeno mattina, era a notte fonda. I testimoni, (a dire la verità solo un ubriaco e una coppietta in moto), dissero poi che sì, un bambino lo avevano pure visto, passare di notte, in pigiama, attraversare la piazza, da solo e poi sparire per ricomparire di fronte alla casa. Era grande quel Peter, quasi un ragazzo ma in fondo era solo un bambino. L’unico segno tangibile del suo passaggio fu il suo pupazzo, trovato abbandonato lungo un sentiero. Era piegato a terra, con molta cura, vicino ad un tronco, sembrava stesse aspettando il suo padrone che invece non arrivò mai. Non lo trovarono più. Vi fu la stampa, scoppiò un caso per un certo periodo. Si organizzarono battute per trovarlo ma di lui non vi fu più traccia.
Che ci fosse la vecchietta, dietro a tutto era quasi una certezza ma per paura nessuno riusciva ad ammetterlo. Nei loro cuori c’erano ancora troppi dubbi, su come avesse fatto, chi fosse, perché. Nessuno insomma indagò,le risposte possibili erano troppo sconcertanti, potevano aprire altri quesiti, portare su temi a cui non si poteva ancora credere. Si preferì dare la colpa a qualche malintenzionato dalla nomea rinomata, qualcuno venne arrestato ma poi rilasciato. Non si arrivò a nulla di concreto, non c’erano prove e nessun testimone, se non un certo Mosney, che disse di aver visto il bambino avviarsi verso il bosco e che non era da solo, qualcosa disse l’accompagnava ma quando gli chiesero spiegazioni improvvisamente si ammutolì, sembrò ricordarsi, provò a spiegarlo ma niente, non riusciva proprio a ricordare. Si sentiva solamente terribilmente a disagio e gli occhi gli si riempirono per qualche istante di orrore e lacrime.

Il giorno dopo dalla casa, al posto della piccola vecchia signora, uscirono due ragazzi, un maschio e una femmina. La visione di tanta normalità, due bei giovani, che si avviavano da qualche parte, con quel loro incidere elegante, che salutavano tutti, cortesi, mise a tacere ogni possibile dubbio.
La storia, in seguito,venne ripetuta tante volte e la ripetizione portò alla perdita dei fatti e dei dettagli e alla fine la scomparsa di Peter fu come quella canzone, divenne un monito, una storia dell’orrore per chi non avesse ascoltato i grandi e non rispettato gli anziani.
Come la vecchietta diventasse poi una strega fu grazie a qualche buontempone dalla facile immaginazione che le diede quel nome e un’immagine terrificante ma efficace. Diventò un mito e non fece più spavento. Ci si dimenticò della storia e si ritornò alla normalità.

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