Eco

Questa è Eco…

“Ora, quando vide Narciso vagare in campagne fuori mano,
Eco se ne infiammò e ne seguì le orme di nascosto;
e quanto più lo segue, tanto più vicino alla fiamma si brucia,
come lo zolfo che, spalmato in cima ad una fiaccola,
in un attimo divampa se si accosta alla fiamma..”
– Ovidio “Le metamorfosi”- canto terzo

Eco non era una ragazza come tante, Eco era una strega. Lo sapeva fin da piccola, quando sua madre si ubriacava e poi la picchiava così forte da farle sanguinare le labbra e sbattere i denti e lei, nonostante questo, riusciva sempre a scappare e sua madre non la trovava. Mai. Lo sapeva quando i suoi genitori litigavano e le loro urla rimbombavano per tutta la casa, allora metteva l’orecchio a terra e fingeva che fosse una tempesta e lei su una nave: la solitaria principessa rapita in attesa di essere salvata. Una volta cresciuta lo sapeva quando, guardando negli occhi delle persone vi leggeva apatia, indifferenza e una sorta di odio misto ad incomprensione quando guardavano sua madre. Le parole sussurrate in fretta, prima di cambiare strada e lo sguardo di disprezzo della madre che tirava avanti, stringendo più forte la sua mano fino a farla piangere. Lo sapeva quando i suoi compagni la esiliavano, neanche avessero scoperto il suo segreto, imputandole una stranezza che già lei sapeva di avere. Eco fin da piccola era sola e come molte persone sole, sapeva di avere un destino da compiere una volta cresciuta. Aveva capito che la solitudine non è una scelta, ma un imposizione data da individui, spesso ancora sconosciuti che comunque hanno bisogno di te. Si sentiva predestinata, in certi momenti ma sapeva che ancora non era arrivato il tempo giusto, quando qualcuno sarebbe comparso davanti a lei e le avrebbe detto “è giunta la tua ora” e l’avrebbe salvata portandola via con sé. La prospettiva di questa promessa le dava una certa consapevolezza e spesso si atteggiava in mosse che lei reputava mature, imitazioni della madre, anche se lei non lo sapeva. Era preparata a questo e l’aspettativa le permetteva di pianificare e di tenere sotto controllo la sua innata capacità alla magia. Non era una cosa che si poteva programmare, succedeva e basta. Eco sentiva le cose e queste cose, la maggior parte delle volte si realizzavano, soprattutto se erano brutte e riguardavano se stessa; che fosse un voto a scuola o un insulto di qualche compagno sapeva che se non avesse seguito l’istinto, quella particolare sensazione che da dentro la spingeva a scegliere di rigettare percorsi, usi e qualsiasi altra cosa sentisse in quei momenti, qualcosa di brutto sarebbe successo. A volte era un peso così incommensurabile che le veniva da piangere. Non sempre era possibile seguire le linee che la voce dentro di lei le suggeriva. A volte si manifestavano con un “dovevi farlo prima” e il “troppo tardi”, risuonavano come la promessa che qualcosa di brutto sarebbe accaduto e succedeva. Succedeva sempre. Lei vedeva nei piccoli dettagli della sua giovane vita il fallimento per non aver ascoltato il suo istinto. Si piegava a quelle regole, spesso senza senso pure per lei, l’unica certezza in un mare infinito di possibilità sconosciute. Non camminare su certe piastrelle, vestirsi di rosso anziché di verde. Scegliere una mela più piccola, lasciare che la gente le passasse accanto, non toccare nessuno. Non guardare in faccia gli altri se avevano gli occhi neri. Contare quando l’ansia le portava via i pensieri… tutto per circoscrivere un male che le scavava dentro, che minacciava di risuonare dentro di lei, di portarla via. Era una lotta continua contro dei mostri, creati dalla sua fervida immaginazione di bambina. Quando crebbe quei mostri divennero voci nella sua testa, sussurri. Iniziò a creare simulacri per proteggersi, tele fatte di cristallo e stoffa che metteva dappertutto in casa. Quadri bellissimi e solitari, il colore che riempiva gli spazi vuoti con bambine sorridenti, croci, soli, mari e tempeste, c’era poco nero e solo per ricordare quello contro cui stava lottando.

Era religiosa? Verrebbe da chiedersi a questo punto. Può darsi, quasi sicuramente lo era ma non nella maniera che le persone normali si aspettano. Non aveva avuto una vera educazione religiosa, sua madre cambiava fede a seconda del compagno o dell’umore: a volte cadeva in una profonda, mistica ebrezza e la coinvolgeva. Erano gli unici momenti in cui lei poteva sperare che finalmente si sarebbe calmata; l’accoglieva allora, vicino a sé, come una sua piccola protetta, una discepola, la cosa più simile a farla sentire una figlia che lei mai avrebbe avuto. Pretendeva la sua stessa incrollabile fede, cosa che lei, con gioia, se pur non del tutto convinta seguiva, l’abbracciava, la baciava e insieme pregavano. Non importava cosa o chi ma solo che succedesse. Quando invece quella fede diventava un obbligo Eco capiva che la mamma non era felice. Diventava un’ossessione per la madre seguire questa o quella religione e quello che Eco faceva non era mai abbastanza. “Peccatrice” la chiamava, peccando lei per prima. La obbligava a pregare, non era più una gioia, la rivestiva di amuleti, la costringeva a sentirsi in colpa anche per le piccole cose e poi, quando pensava che non sarebbe più riuscita ad andare avanti, quando le lacrime non bastavano più e i simulacri più che proteggerla minacciavano di soffocarla, sua madre perdeva la fede.

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