Capitolo I – Stormwood (il pugnale e lo specchio)

Attraverso il vetro
apri la porta,
lascia che i frammenti entrino,
libera la luce

 

Atena alzò gli occhi dal foglio che stava pigramente imbrattando con la matita, in cerca della voce che le aveva ispirato quelle parole. Ma era una voce?Sembrava di sì, non sapeva da dove quelle parole le fossero giunte; decise di scriverle da qualche parte e di darsi una risposta solo in seguito. In fondo era una bella frase e lei amava quando spontaneamente quelle espressioni le nascevano da nessun luogo e per nessuna ragione e sapevano commuoverla, specialmente se erano le sue. Decise che era così, una forma d’ispirazione e che non poteva essere altrimenti. Intorno a lei sentiva dei mormorii, imbarazzata pensò stessero parlando di lei, chinò il capo ma nessuno la chiamava allora girò la testa osservando di sottecchi da dove proveniva il brusio: Sabrina e Mark, si stavano scambiando affettuosi segnali. Lo facevano sembrare un gioco nascosto, ma entrambi sapevano che tutta la classe li stavano osservando e molti avrebbe voluto sapere i particolari di quella storia!

Sbuffò e tornò a concentrarsi sul suo foglio e sulla matita, la girò fra le mani per un po’ prima di gettarla sul banco e fissarla, mentre rotolava giù per la piccola pendenza del banco, più e più volte. L’immagine della noia stessa.
All’improvviso si sentì osservata: la matita cadde mentre si voltò di scatto, verso la finestra come se fosse stata chiamata; sentì delle risatine dietro di lei e arrossì: qualcuno aveva assistito al suo gesto, non se ne curò, lasciò che i suoi occhi andassero verso la finestra, nonostante una sensazione opprimente la spingesse a non farlo. Non si sbagliava, qualcuno la stava fissando. Un ragazzo alto, magro, carino ma abbastanza banale, sembrava volesse richiamare la sua attenzione. “Ma che ci fa fuori dalla scuola?” Fu il suo primo pensiero. Nonostante le sue labbra si muovessero non ne usciva un suono, ma Atena sapeva che il solo stare lì avrebbe richiamato l’attenzione di qualcuno, doveva essere così, si voltò a cercare conferma in qualcuno, aspettandosi che fossero tutti intenti a guardare come lei quella strana figura ma nessuno sembrava essersi accorta di nulla. Ritornò a fissare il ragazzo che ora pareva voler entrare, Atena rabbrividì: c’era qualcosa in quella camminata, un aggettivo che non riusciva a ricordare, ma che le impediva di stare lì a fissarlo. Si propose di non guardarlo ma di nuovo le risuonarono le parole di prima “…lascia che i frammenti entrino”. Vetro. Si voltò di scatto, la figura aveva appoggiato le mani sulla finestra e lei d’improvviso si ricordò dell’aggettivo che pareva contraddistinguerlo: “spettrale”. Presa da un’imminente paura, senza nemmeno sapere cosa stava facendo, si alzò di scatto urlando – no! – proprio mentre la figura si preparava a spingere sul vetro. Il suo no risuonò nell’ aula ormai diventata silenziosa, la fissavano tutti, se ne accorse e rimase impietrita e col cuore che le batteva. Passò qualche secondo prima che le risate piovessero copiose.
– No cosa?– le fece eco l’insegnate, improvvisamente svegliatasi dalla sua dormiveglia.
– N..no. – Atena si voltò per rispondere, sentendosi ridicola. – No, speriamo che non piova. Stasera. – disse con l’aria di chi diceva le prime parole che le saltassero per la testa. – Per la festa. – Aggiunse più convinta, ottenendo così, oltre alle risate, dei mormorii di approvazione da parte dei compagni.
– La festa. Come no. Siediti Atena e continua il tuo tema. – Rispose l’insegnante indispettita. Atena aspettò ancora un attimo prima di guardare fuori dalla finestra, trattenne il respiro: in giardino non c’era nessuno e il vetro era intatto. Si ripromise di controllare e poi si sentì stupida. “Lascia perdere Atena.” si disse e così fece.

***
Felicity era la sua migliore amica ma a volte faticava sul serio a comprenderla, non era il suo modo di vestire, abbastanza scollacciato da attirarsi l’attenzione di tutti, o le sue maniere a volte sbrigative, semplicemente non riusciva a comprendere perché cercasse situazioni che potevano metterla in imbarazzo. Non aveva avuto il coraggio di raccontarle ciò che le era accaduto, del resto, nemmeno lei se lo sapeva spiegare. Come si fa a dire a qualcuno che hai visto ‘forse’ qualcosa quando nemmeno lei ci credeva? A Felicity comunque interessavano poche cose, i ragazzi, le feste e mettersi nei guai ma a volte, sotto la sua apparente noncuranza, potevi scorgere qualcosa di più profondo. Mentre tu pensavi si dedicasse ad altro, in realtà era stata ad osservarti per poi, con una tagliente ironia descrivere esattamente la cosa che stavi cercando di nascondere. Ed era questo il problema, ogni tanto se ne usciva con delle frasi o dei commenti che riuscivano a ferire, nel peggiore dei casi, nel migliore, a farti sorridere. Ora stava fissando David, e dal lampo felino dei suoi occhi si intuiva che era pronta a dire la sua.
– Secondo te quando una ragazza perdona così in fretta è disperata, insoddisfatta o con una scarsa autostima? –
– Ma che cosa dici? – sapevo che lo stava guardando, ma non avevo voglia di rispondere; si riferiva al fatto che David, dopo averla palesemente tradita con un’altra, era ritornato dalla sua ex Rebecca, che senza tanto pensarci su se l’era ripreso.
– Non lo so e non mi interessa
– Non è vero. – Atena alzò gli occhi dal libro e si ritrovò gli occhi fissi su di lei.
– E se..
– Non farlo.
– Cosa?
– Qualsiasi “cosa” tu abbia in mente, lascia perdere.
– Volevo solo dire – disse a voce abbastanza alta affinché la sentisse – ..che per quanto si faccia, ciò che è stato non potrà mai essere diversamente.. –
Atena alzò il capo perplessa da quella frase, c’era un tono duro che non si aspettava oltre alla stranezza della stessa. Osservò l’amica guardare David, che improvvisamente si era irrigidito, ma, nonostante i suoi amici si zittirono e la fissarono, lui non si voltò. – Strano – pensò Atena, che aveva assistito molte volte a quei battibecchi quasi sempre corrisposti..
– Felicity non è che ti piace David? –
Felicity, si voltò di scatto.
– Cosa?
– David! –
La risata dell’amica la investì prima che aggiungesse altro. Atena sospirò, in fondo se lo aspettava.
– Ci vieni stasera alla festa? – La durezza di prima era sparita e ora Felicity aveva la stessa voce di una qualsiasi adolescente sorridente.
– Sì. No. Forse
– Ci vieni e basta
Atena non rispose ma scrollò le spalle
– E non metterti i soliti abiti
– I soliti abiti?
– Dai, quelli che usi per dimostrare a te stessa che non sei solo un corpo….come se qualcuno lo avesse mai notato..
– Che vorresti dire, scusa?
– Non offenderti ma a volte ti vesti come se volessi nasconderti, come se desiderassi solo sprofondare all’ interno dei tuoi vestiti e non permettere a nessuno di osservarti
– Per te è facile..
Felicity serrò le labbra qualche istante poi scoppiò a ridere – E questo che c’entra? Non cercare scuse, lo fai e basta o farò come nei film in cui la ragazza più sexy – indicò se stessa – si rifiuta di uscire con la secchiona della scuola – Indicando lei. – Per un attimo Atena ebbe la sensazione che l’amica volesse aggiungere qualcosa, ma questa non lo fece, esplose invece nella sua rombante risata, dopo averla fissata un attimo più a lungo del necessario.
– Stai bene?
Atena alzò le spalle e fece per rituffarsi nel libro ma l’amica la fermò.
– Che è successo?
Atena sbuffò.
– Come fai a dire che mi è successo qualcosa?
– Perché quando sei permalosa e diventi intrattabile e tendi a nasconderti ancora di più nel tuo guscio. – disse alzando un sopracciglio.
Per un attimo Atena fu tentata di ribatterle ma lasciò perdere.
– Oggi ho visto una cosa
– Al mondo tutti vediamo delle cose… – cantilenò Felicity distendendosi sul prato. Atena rimase in silenzio indecisa se parlare o no.
– Quindi? – fece l’amica socchiudendo gli occhi
– Quindi ho visto un ragazzo
– Bene. Era carino?
– Non era…
– ..carino?
– Non sono sicura di averlo visto.
– Eh?L’hai visto o non lo hai visto? – fece l’amica alzandosi
– Mi è sembrato, si è appoggiato al vetro della classe e sembrava volesse dirmi qualcosa
– Magari era un guardone – Felicity sbadigliò
– No era giovane.–
– Un giovane guardone allora. O un drogato. – Atena scosse la testa. – Era..spettrale– Felicity lentamente si girò verso di lei e la fissò. – Spettrale. – ripeté soppesando le parole. – Sì.–
– E qualcuno l’ha visto?
– No!E’ questo lo strano: appena mi sono voltata non c’era più–
– Uhm– L’amica si alzò in piedi, le mani sui fianchi, gli occhi socchiusi, pareva serie e invece – Hai proprio bisogno di uscire se vedi ragazzi spettrali inesistenti!
– Ma… – Felicity si alzò di scatto, era sempre stata agile ma ultimamente lo sembrava di più, si stiracchiò prorompendo nella sua scrosciante risata. – Niente ma. Stasera c’è la festa e ci andiamo! – Atena rimase in silenzio.
– Ci vediamo dopo allora?–
– Non lo so.
– Ora mi fai l’offesa?– Atena non rispose. – Va bene ciao..e corri che fai tardi in classe..come al solito– notò che l’amica stava ancora aspettando una risposta, nonostante si ponesse come se fosse sul punto di andare. – No, non sono offesa – le rispose, più a se stessa che all’amica che già stava attraversando il vialetto. Atena riprese a leggere. Non riusciva però a concentrarsi, si accorse di essere osservata. Alzò il capo guardando al di là della strada, verso il bosco. C’era qualcosa di strano che non quadrava.
“Vento rivela ciò che si nasconde,” pensò – Vento rivela ciò che si nasconde – ripeté ad alta voce, lo sguardo fisso su un punto non ben definito, iniziava a sentirsi sciocca ma nello stesso tempo sapeva che se lo avesse ripetuto un’altra volta soltanto lo avrebbe visto, qualsiasi cosa era, si sarebbe rilevata. I suoni sembrarono spegnersi, o era solo la sua immaginazione? Non fece in tempo a pensarci che sentì una voce dietro di lei o meglio attraverso lei.. “Non lasciarmi andare…”
– Scusami? – Si voltò trovandosi di fronte la signora Reichberd, sussultò. La signora Reichberd ti faceva sentire colpevole anche se non lo eri. Ti fissava dritto, le labbra sempre chiuse in una smorfia di disappunto; ora teneva le braccia incrociate, le unghie affilate sugli avambracci. Aveva sempre quei vestiti a fiori, con colori troppo sgargianti che forse volevano darle un’aria gentile e indifesa ma avevano l’effetto contrario di rendere la sua figura magra e spigolosa ancora più terrificante. Come sempre i suoi capelli marrone topo erano stretti in una chioccia severa, incorniciavano, voluminosi, la fronte alta e la pelle così bianca da apparire di alabastro. Atena si alzò di colpo.
– Signorina Harrington. – Atena biascicò un “sì” colpevole. – Che cosa ci fa qui. – E nella sua domanda si poteva sentire già un comando – Sto andando – le rispose, raccogliendo in fretta e furia le sue cose – Le lezioni sono già iniziate – incalzò l’insegnante seguendola. – Sì io – e si voltò, la vide che osservava esattamente il punto su cui si era persa prima la sua attenzione, senza rendersene conto trasalì. Allora c’era veramente qualcosa se anche l’insegnante l’aveva notato. La signora Ribechstein si girò di nuovo e la squadrò, Atena rabbrividì e prima che potesse dire altro corse in aula.

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