Capitolo 2

Stormwood è costruita intorno ad una quercia. Le strade che si diramano per tutto il centro partono dalle radici dell’albero, si allargano come raggi sempre più lunghi fino a delimitare l’area di una considerevole superficie. Si diceva, che quelle stesse radici si collegassero a tutta la città e che se qualcosa di male succedeva, ciò influiva sull’ albero. C’erano molte leggende intorno a questo: era così antico che il suo legno aveva proprietà curative; altre sostenevano che il motivo per cui non c’erano più noci era dato dal fatto che la natura dell’albero era legata al passato di Stormwood, un passato oscuro, fatto di varie storie spesso di matrice negativa. Si raccontava che la volta in cui l’albero avrebbe prodotto di nuovo, sarebbe nata una singola noce la più grande che si fosse mai vista e tutta di diamante o d’oro. Si raccontava che già era successo prima ma era solo voci, nessuno ne aveva avuto mai la prova. Si dicevano tante cose, su quel maestoso figlio della natura, e la più antica dipendeva proprio dalla sua nascita. Si raccontava che tanto tempo prima, quando ancora quel terreno era spoglio e inabitato e l’albero non era ancora stato piantato, un fulmine colpì proprio quel punto; la buca era così profonda che raggiungeva il centro della terra. Si radunarono allora diverse creature per decidere come chiudere quella voragine che minacciava di inghiottire il mondo. Alcune fate per paura di quello che poteva venire fuori decisero di sigillare l’apertura, buttarono all’ interno un cristallo e si racconta che fu proprio da questo che nacque l’albero, destinato a durare e a proteggere la terra da invasioni indesiderate.

La città, la cui vista si estende sopra il mare, è delimitata da un bosco nella sua parte nord-ovest. Per quanto moderne possano essere le strade e le costruzioni nella cittadina si respira un’aria particolare, come se dipendesse completamente da qualcosa che trascende il tempo e che la rende, oltre che accogliente, appartenente a un gruppo non precisato di città. Si viene circondati da un’aria di mistero, e dalla sensazione che, per quanti anni possano passare, l’incanto che la ricopre non cesserà mai. Come ogni vecchia città nasconde i suoi segreti, vi sono ad esempio delle rovine, in diversi punti della città in apparenza innocue ma che, alla luce infausta della luna paiono assomigliare a delle mani che ghermiscono il cielo, a delle braccia che facendo presa sul terreno provano a estrarre quello che rimane di un misterioso e pietroso corpo. II bosco che pare abbracciare tutt’intorno la città, sembra tenuto a bado da una piccola muraglia di fattura antica che ne incatena e ne blocca il passaggio. Al di là di questa, fatta eccezioni per qualche albero e il parco cittadino non vi sono così rigogliosi boschi. Anche se presenti, gli alberi, qui, rappresentano quanto di più ordinario e normale ci sia in città e danno ad essa un aspetto tranquillo e ordinato. Al di là del muro, all’interno della foresta vi sono dei resti, pietre soprattutto, forse ancor più antiche della città stessa che non si sa bene quale edificio debbano ricordare. Una vecchia casa? Un castello? Una chiesa? Ormai hanno perso quasi tutta la loro forma, salvo per un grande spiazzo, protetta da quello che rimaneva delle mura, luogo che, per molte generazioni, convinta ognuna di loro di essere la sola, era stato usato come ambiente per feste, ritrovi, baci e primi innamoramenti.
Vi sono altri posti di cui nessuno parla e in cui nessuno vorrebbe mai addentrarsi, posti dove la memoria si è fatta pietra e i segreti sono bisbigliati attraverso le condutture sotterranee; posti dove non è bene perdersi e che è bene dimenticare. I cittadini, i pionieri di quel luogo per primi l’hanno fatto e hanno insegnato ai loro figli a fare lo stesso. Eppure come tamburi selvaggi in una giungla sconosciuta, di tanto in tanto si sentono dei rumori provenire dalla foresta. Non si tratta di urla, non ne hanno la forma, ma non hanno nemmeno la rimembranza di qualcosa di moderno, di conosciuto. Si dice che il bosco custodisca la memoria dei giorni passati ma quali giorni e di quale gente è un mistero che fino adesso nessuno è mai riuscito a risolvere.
Stormwood non è una città per tutti eppure riesce ad attirare schiere di turisti. Ad accogliere i visitatori che ogni tanto fanno capolino vi sono due archi ormai mangiati dal tempo su cui, ostinate rimangono delle scritte illeggibili. Il suo fascino sta proprio in questo: di essere una città nuova sorta su una in rovina. Dà la sensazione come se qualche città fosse stata schiacciata dal peso di quella nuova ma che non si sia ancora arresa al dominio di questa.

La casa di Atena si trovava molto vicino all’albero, era una delle case più antiche della zona, che insieme ad altre poche dominava la costa, a strapiombo sul mare. Atena viveva con suo padre e la sua matrigna. La madre era morta qualche anno ma prima di morire, in un uragano, aveva abbandonato la famiglia e se ne era andata. Atena era ancora piccola ma non abbastanza da non capire che le voci riguardanti sua madre erano tutt’altro che lusinghiere. Molti la definivano pazza e Atena sapeva quanto queste fosse vero. Aveva passato molti anni della sua vita a stare dietro alle pazzie di sua madre. Quando se ne fu andata nessuno se ne stupì e, quando la ritrovarono morta, Atena non sapeva se sentirsi sollevata per lei o infelice. Era una sensazione che ancora si portava dentro. Suo padre si stava per risposare, con una donna più giovane, molto più giovane, che, la trattava sempre con troppo riguardo e si prodigava in consigli non richiesti. Quel “dovresti” era sempre sulla punta della sua lingua e Atena lo trovava odioso. Aveva qualche anno in più di lei e si sforzava di comportarsi come una di cinquanta anni, l’età del padre, e tutto questo strideva se comparato al suo viso giovanile e bello. Banalmente era stata l’assistente del padre e Atena non faticava a credere che avesse messo gli occhi su di lui da subito con l’intento di farsi sposare. Suo padre era uno studioso, così come sua madre prima di impazzire e a dividerli era stata solo la scelta di diverse materie: sua madre storia moderna, suo padre antica. L’intelligenza non sembrava comunque una gran dote di questa ragazza che, dopo essersi sistemata col padre aveva abbandonato repentinamente gli studi per dedicarsi Dio solo sa a cosa. Con la sorella aveva aperto una piccola azienda che si occupava di catering, cosa davvero divertente visto che a malapena sapeva cucinare. Atena nutriva il forte sospetto che a farle fare questa scelta fosse il bisogno di dimostrare al padre che poteva essere indipendente in qualche modo. Quando il padre era a casa, lui che di carattere era pacato e silenzioso (e in questo assomigliava alla figlia anche se mai e poi mai lei lo avrebbe confessato, in quel retaggio adolescenziale che cerca di porre una distanza assoluta dai propri genitori), si vedeva travolto dalla sua esuberanza, le cambiava pure la voce mentre parlava a raffiche di cose per lo più inutili e irrilevanti: dal taglio di capelli, vestiti, ai pettegolezzi sentiti in città. Poiché sia Atena che il padre rispondevano a monosillabi o, nel caso di Atena, non rispondevano affatto, lei dava per scontato le risposte, ridendo o dandosi dei colpetti sulla fronte quando reputava di aver sbagliato. Averla intorno era stressante ma per fortuna non c’era sempre. La sua famiglia abitava lontano e così spesso partiva per lunghi periodi per andare a trovarli. Quel week-end però c’era. L’accolse con un sorriso, apparendo dalla cucina. Con lei c’era pure la sorella e insieme stavano preparando una lista di cose da fare. Atena le salutò e corse di sopra, senza ascoltare il resto che Emma le stava dicendo.
Lasciò tutto per terra come il suo solito e si buttò sul letto. Fissò l’armadio disperata perché effettivamente in quello Felicity aveva ragione: non aveva idea di cosa mettersi, non era il suo campo e non le piaceva scegliere. Avrebbe chiamato l’amica ma sapeva che il pomeriggio si trovava agli allenamenti e poi non aveva voglia di sorbirsi le sue risatine e le sue frecciate, se pur non cattive, sullo stato dei suoi vestiti. Lei non aveva uno stile e non sapeva nemmeno cosa volesse dire averne uno. Amava le maglie larghe, possibilmente nere, o con qualche scritta misteriosa che solo lei capiva, jeans, una gonna, diversi paia di leggins, neri anche quelli e altre due o tre maglie verdi e fucsia. Tutto qui. Chiuso nell’armadio stava il vestito elegante che aveva messo anni prima al funerale di sua madre ma certamente non aveva intenzione di indossarlo a una festa di paese con le giostre. L’unica cosa che le rimaneva da fare era non andarci oppure di chiedere all’unica persona presente in quella casa che ne sapeva sicuramente meglio di lei.

***
Dopo dieci minuti che Emma parlava di vestiti e trucchi, inserendoci qualche aneddoto di gioventù che doveva essere successo solo qualche anno prima, Atena decise di averne abbastanza. La donna si era mostrata molto più che felice, quasi grata di poterla aiutare. Anche se solitamente Atena era gentile con tutti, quasi timida, con Emma si mostrava sempre arrogante e antipatica. Non riusciva a farne a meno. Pure in quel momento in cui lei la stava aiutando, in cui avrebbe dovuto ringraziarla di essere penetrata nelle profondità del suo armadio e di aver scovato una camicia e una gonna decenti. Grata, di non aver fatto nessun commento sui suoi abiti o sulla loro pochezza e di aver invece conversato amabilmente con lei e di essere passata sopra al fatto che per tutto il tempo Atena non faceva altro che dire “quello no, non mi piace”, come una bambina capricciosa.
Si era offerta di prestarle qualcosa di suo, ma all’idea di indossare qualcosa di rosa con la scritta “Hugh me” o “Think girly, live freely” proprio non se la sentiva. Aveva stretto i denti, ringraziato e aveva aperto le porte della sua camera e del suo armadio.
Le aveva spiegato anche qualcosa sui trucchi e insieme si erano arrangiate con una capigliatura che secondo Atena doveva avere qualcosa di celtico ma che alla fin fine, si accorse con rammarico, la faceva sembrare una poppante. Quando fu l’ora di andarsene ad Emma luccicavano gli occhi.
– Sei bellissima! – le disse ed Atena venne da sorridere spontaneamente. Si guardarono e si trovarono imbarazzate.
– Grazie

– Di niente Atena! Mi ha fatto piacere! Spero che succederà più spesso… – e mentre Atena stava pensando qualcosa di positivo lei disse proprio quell’unica frase che l’avrebbe potuta irritare.

– che un giorno potremo essere amiche..
– Beh io vado.
– Oo..ok. Atena. Divertiti!
Neanche sentì il suo saluto e si avviò sbattendo la porta alle sue spalle.

La festa, a cui Atena doveva partecipare, si teneva in uno spiazzo fuori dal paese. Per arrivarci doveva attraversare tutto il centro, che era chiuso al traffico e pieno di banchi da fiera. Si fece largo tra la folla, tenendo lo sguardo a terra e il cellulare in una mano. Si sentiva a disagio in quel guazzabuglio, formato da famiglie felici e bambini urlanti. Si scostò più di una volta per non rischiare di finire addosso a qualcuno o sul cibo che stava mangiando. Per il resto era felice, le luci delle giostre illuminavano quella che normalmente era una piazza tranquilla e con la musica ad alto volume sembrava dare un tocco selvaggio al tutto. Passò davanti a numerosi banchi, da cui provenivano insoliti e variegati odori, si fermò ad annusare ma, alla vista del banconista che già le chiedeva che cosa volesse, proseguì. Non aveva voglia di fermarsi e certo non di mangiare. Era nervosa. Alcuni ragazzi di Stormwood e così i suoi amici si trovavano poco distante da lì. Atena girò attorno a un pagliaccio che vendeva palloncini e si diresse verso una strada che alla fine si congiungeva con un sentiero e continuava verso il bosco. C’era un grande spiazzo proprio fuori, dove i ragazzi si trovavano per divertirsi e lei, anche se appena ne vide qualcuno, rimase bloccata, decise di proseguire contro il suo stesso istinto che le diceva di non farlo. Doveva continuare, era l’imperativo che si era data, poiché se avesse dato retta alle sue stesse paure, non si sarebbe mossa di casa e basta. La prospettiva di passare una serata con la sua matrigna e suo padre l’aveva in gran parte convinta. Di solito non partecipava mai a queste feste e non sapeva come ci si comportava, nonostante Felicity continuasse a ripete “devi solo rilassarti” lei proprio non capiva come fare. Non era un tipo che si rilassava facilmente e vedere tanta gente ubriaca e festaiola la metteva più che altro in allarme e a disagio. Questa volta era però diversa, non voleva sorbirsi i rimbrotti e le risatine, non che le stucchevoli suppliche celate da prese in giro della sua migliore amica. E poi…e poi c’era Christopher il fratello di Felicity; al contrario della sorella, c’era in lui una gentilezza e una riservatezza che l’avevano colpita fin dal primo istante in cui l’aveva visto, ovvero fin da quando era piccola. Aveva una bellezza diversa dalla sorella, fatta più di sguardi, due occhi verdi che ti fissavano con fermezza e intensità. I suoi amici invece compensavano di molto la sua innata tranquillità: la maggior parte erano scatenati, festaioli, con la risata pronta. Solo uno di questi non corrispondeva al gruppo, uno diverso sia dal gruppo che da Christopher, il suo migliore amico Timothy sia nella sua postura che nel suo atteggiamento c’era qualcosa che richiamava l’austerità. Non rideva mai, non mostrava mai i suoi sentimenti e i suoi occhi glaciali, al contrario di Christopher non mostravano mai alcunché di gentilezza. Atena ne era terrorizzata tanto quanto Felicity divertita. Il suo passatempo era prenderlo in giro, stuzzicarlo, cercare di smuovere quella coltre di pietra con cui era rivestito. Timothy aveva dei principi solidi, radicali e raramente si concedeva il lusso di mercanteggiare su questi. La famiglia per lui era la cosa più importante, così quanto gli amici: era leale, fedele e dannatamente implacabile con chi commetteva quello che secondo lui erano il peggiore degli sbagli: la stupidità e l’ignoranza. Cosa ci facesse con un gruppo di giovani che all’apparenza facevano di queste due caratteristiche la loro bandiera era un mistero così quanto Christopher starsene in mezzo a loro, anzi esserne il “capo”. Gli altri lo seguivano e, per quanti guai combinassero, o quanta voglia avessero di farli, bastava che Christoper dicesse una parola e lo ascoltavano. Atena lo ammirava anche per questo, perché Christopher era diverso, era il perfetto equilibrio tra gentilezza e forza, aiutato anche da un notevole fisico asciutto, snello e muscoloso, sapeva anche come vestirsi e ovviamente non gli mancavano le ragazze, pensava sempre con disappunto Atena. Ogni volta ce n’era una diversa, così innamorata da sembrare che sarebbe durata per sempre, ma Atena sapeva non succedeva mai. A Christopher piacevano ragazze l’opposto di lui esuberanti, che amavano mettersi in mostra. Timothy soffriva della loro vicinanza, ma ci era abituato, sembrava sempre considerarle un gradino inferiore, come un’evitabile pacchetto compreso con Christopher. Per Atena questo era un qualcosa che la faceva sempre stare male e minava le sue già poco sicurezze, lei era tutt’altro che come loro. A Felicity non era sfuggito quell’interesse romantico e se da una parte faceva di tutto per stuzzicarla, dall’altra quasi aveva un atteggiamento protettivo, limitandosi al silenzio o a distrarla con qualche sciocco diversivo quando vedeva che per Atena era troppo. Christopher sembrava semplicemente non accorgersi di lei o forse la considerava troppo, ma nel modo sbagliato: in lei vedeva una sorella “una sorellina”, così aveva l’impressione quando la stringeva con troppa simpatia o ammiccando le diceva “se qualcuno fa la carogna con te dimmelo che lo sistemo”. Di solito questo era seguito da un’occhiata indagatrice e gelida di Timothy, cosa che non la rendeva tranquilla, nemmeno un po’.
Anche in quella sera particolare il gruppo di Christopher si era riunito intorno al fuoco, ogni qualvolta c’era qualche raduno un po’ scatenato, loro non mancavano di mostrare la loro faccia e di prenderne parte.
– Ehi sei arrivata
– Così è.

Atena aveva deciso che in quella particolare serata avrebbe fatto la sostenuta, un po’ perché era ancora arrabbiata con Felicity, un po’ perché desiderava sul serio essere notata da Christopher. Nella sua testa era convinta che Christopher, per quanto se ne circondasse, non amava affatto il tipo di ragazza disinibita, ma in realtà volesse una un po’ più misteriosa. ‘Nei film almeno è così’ pensava Atena sentendosi, al solo pensarlo, stupida, nonostante però ci credesse.
– Ti sei vestita un po’ meno da suora
– Fottiti

Felicity l’abbraccio ridendo – Su andiamo sexy girl che mio fratello ci aspetta. –
Atena non era propriamente preparata e probabilmente non lo sarebbe mai stata, anche se lo scopo della serata era proprio quello.
– Felicity
– Sì..?
– Non voglio vedere tuo fratello, non adesso.

Felicity non si fermava così Atena fu costretta a bloccarsi di colpo rischiando di finire contro uno dei ragazzi.
– Uff.. – di controvoglia Felicity la fissò costretta di rimando a fermarsi.

– Che vuoi fare. Io voglio andare a salutarlo
– Davvero pensi che non sia sexy?
Felicity sorrise di colpo – Dai scherzavo, che ti importa?
– Non lo so. Mi importa. Non lo so.
– Prima non volevo dirtelo però ora…mio fratello è venuto con una… – disse indicando all’altro lato del falò una ragazza incollata a Christopher.

– Oh – fece lei di risposta. – Non me ne ero accorta. –
– Uh sì… beh si chiama Nina. Almeno credo si chiami così. Hanno tutte il nome che finisce con -ima ina e via dicendo. Motivo per cui tu non saresti adatta a lui! –
Ridacchiò. Atena era rimasta indietro e faceva scorrere lo sguardo tra lei e il fratello

– Ti diverti? –
– Atena.. –
– Beh io no. So benissimo che tuo fratello non potrò mai averlo ma questo non ti autorizza a prendermi in giro tutte le volte –

In quel momento Christopher si stava avvicinando e con lui Timothy. Atena incrociò lo sguardo di Timothy, quella solita espressione disgustata e infelice e improvvisamente fu troppo per lei.
– Fottetevi tutti – disse prima di dirigersi verso il bosco; neanche dette ascolto alle voci che dietro a lei le chiedevano di aspettare. Già l’immaginava: Timothy che le dava della pazza, Christopher, oh Christopher che preoccupato avrebbe chiesto cosa non andasse e Felicity che si sarebbe arrabbiata per averla piantata lì. Il suo “cretina” le risuonava nelle orecchie.

“Li odio, li odio tutti” Ma non era vero, sentì di dirlo, ma non sapeva a chi potesse essere rivolto. Passò attraverso il bosco e si addentrò nelle rovine. Il rumore della festa sembrava quasi surreale lì. Si acquietò tra i rami, più che piangere aveva solo voglia di spaccare qualcosa. Prese un bastone ed iniziò a picchiare un albero lì vicino. Ad ogni colpo segnato, la risposta indifferente della pianta la faceva arrabbiare di più

– Neanche tu parli eh?

– E cosa vorresti che ti dicesse?

La voce la fece sobbalzare si voltò di scatto. Non c’era stato nemmeno un fruscio ad avvertirla di quella presenza. Nella penombra vide l’immagine di un ragazzo, di quello che sembrava un ragazzo che la fissava. Sembrava tutt’uno con la natura, come se le stesse piante, improvvisamente, si fossero modellate da sole e l’avessero lasciate uscire a malincuore, aveva ancora rami e foglie attaccati. Ed egli si manteneva così vicino a loro, pronto forse a rientrarci

– Chi sei?

Ancora teneva in mano il bastone e lo puntò in difesa contro il misterioso ragazzo il quale fece un passo in avanti. Il raggio di luna cadde perfettamente perpendicolare sul suo volto e, come se l’avesse calcolato e si fosse messo lì apposta, lo straniero sorrise. C’era qualcosa di stranamente familiare e per questo irritante in quel volto dai lineamenti fanciulleschi. Sembrava molto giovane, eppure il sorriso e gli occhi grigi nascondevano una conoscenza più profonda. Atena rimase a fissarlo indecisa su come calcolare quel giovane; stranamente non la metteva a disagio, come sempre le succedeva coi ragazzi troppo belli. Forse era un po’ più piccolo della media e gracile, almeno in apparenza.

– Permettete che io mi presenti..
parlava con un accento straniero e lentamente, come se stesse scegliendo con cura le parole da usare.

– Mi chiamo..Michael. Credo che nella vostra lingua si dica così. –

– Nella nostra lingua?Di dove sei?
Proprio non riusciva a togliere quel tono brusco e guardinga continuava a fissarlo
– Molto lontano
– Molto lontano?
– Al nord – Sornione le si avvicinò.

– Smettila di prendermi in giro, non occorre che menti con me, chi se ne importa da dove vieni! –
Si sedette a terra. Questo parve stupirlo, smise di sorridere e la fissò.

– Posso sapere perché…cosa desta la tua preoccupazione, mia signora?
– Mia signora?
Atena corrugò la fronte domandandosi chi fosse quello strano ragazzo.

– Stai facendo qualche gioco di ruolo?
– Gioco… di ruolo?
– Non sei vestito come se giocassi

Il ragazzo scosse la testa e le si avvicinò
– A che gioco dovrei giocare? – la fissò, alzando dubbioso un sopracciglio

– Atena
– Prego?
– Mi chiamo Atena.
– Atena – aveva una bella voce, gentile ma profonda, piena di promesse.
Atena lo fissò stupita, chiedendosi se fosse incappata in qualche tipo di scherzo.

– Chi sei?
– Già ti è stato detto – vedendo lo sguardo perplesso di Atena, ripeté paziente
– Il mio nome è..
– Sì, sì..ma da dove vieni..insomma, sei della festa? Un amico di Sabrina?

Lui non le rispose ma la fissò sorridendo.
– Vieni. – Le disse tendendole la mano. Lei si limitò a fissarlo, corrugando la fronte.
– Atena. Vorresti venire con me? – Lo disse in un modo, non era proprio un ordine ma la risposta che richiedeva, per quanto gentile fosse la sua voce, doveva essere repentina.
– No. Dove vuoi andare? –
Michael alzò una mano e indicò un sentiero al di là della festa.
– Ti riporto in città. Non è sicuro qui..
Titubante accettò, si aspettò che la sua mano fosse fredda come il marmo e invece, quando la toccò non riscontrò nessuna anomalia. Era semplicemente fatta di carne. Michael sorrise e la strinse più forte alla sua. Atena pensò che era meno gracile di quel che pensava. Attraversarono di nuovo il bosco anche se Atena non ricordava quel sentiero, non era quello per cui era venuta. Una volta giunti in una piccola radura le lasciò la mano. Atena sobbalzò e un po’ si dispiacque, ricercò il contatto ma lui glielo negò.
– E’ meglio se ritorni dai tuoi amici.
– Vieni anche tu, strano ragazzo.
Si trovò a ridere nervosamente. Il ragazzo scosse la testa.
– Meglio di no.
– Non credo tu sia così timido..te li posso presentare. – Ma l’idea di fargli conoscere Christopher la terrorizzava. O Timothy.
– Beh comunque sono simpatici.
– Atena. – Le si avvicinò.
– E’ stato un piacere conoscerti. – La fissò dritta negli occhi, sembravano così antichi e Atena si sorprese a pensare che perdersi in essi sarebbe stato molto facile, senza volerlo sorrise. Gli si avvicinò finché successe. Una fitta la colpì alla testa e per un attimo vide qualcosa dietro di lui, un’ombra, ma più simile a un ricordo.
– Chi sei – chiese improvvisamente spaventata.
Le sorrise e le prese la mano.
– Si usa ancora così dalle vostre parti? –
La baciò delicatamente sul dorso. Atena sorrise.

– Forse cento anni fa!
– Oh. Imparerò… –
Alzò gli occhi al cielo e sorrise
– Una tempesta sta arrivando. Douche. –
– Imparare? Cosa…Una tempesta? –
Anche lei levò gli occhi verso il cielo ma non vide niente e siccome non era mai riuscita a decifrare il tempo non si curò di negare. Lo strano individuo le voltò le spalle incamminandosi tra gli invitati. Atena fece per seguirlo ma poi pensò che forse era solo un ragazzo che giocava a fare il misterioso e decise di lasciare perdere, quella farsa l’aveva annoiata.

– Atena! – la voce dell’amica la colse di sorpresa e la fece trasalire.
– Felicity..Da..da dove vieni?
– Sei una stronza. Perché sei scappata?
– Per tuo fratello che stava arrivando
– Senti mi dispiace. Ok?! Mio fratello è un cretino
– No non lo è.
Felicity non rispose, adorava suo fratello in fondo.

– Che ci facevi qui, comunque?
– Ero andata nel bosco..
– Sola?Di nuovo?Se si sparge la voce finirai per diventare la strana ragazza del bosco.. –
L’amica si riferiva al fatto che spesso le piaceva rifugiarsi in quei luoghi, l’aiutava a pensare a chiarire le idee. Ci andava da sola e siccome c’erano state alcune storie di persone che si pensava fossero scappate scomparse, un po’ per gioco, il bosco aveva acquisito la nomea di “incantato”. In realtà l’unico che veramente era sparito era stato un vagabondo ma questo sembrava non importare.
– Beh all’inizio sì, poi..c’era un ragazzo.
– Oh bene. Si fa interessante.
– Lo hai visto? Veniva proprio nella tua direzione
– Tesoro qui è pieno di ragazzi!
– Lui era..particolare. – Felicity batté le mani
– Vi siete scambiati i numeri?Vi siete baciati?
– Macché!Gli ho appena parlato!
– Allora dimenticalo! – Le cinse le braccia con le spalle. Felicity era molto forte per essere una ragazza, quasi la stritolò.
– Credo che lo rivedrò.. – replicò lasciando lo sguardo vagare nel sottobosco.
– Ma in fondo…

Atena si voltò a fissare la bocca dell’amica, e le fece segno di ripetere, non aveva capito. Felicity le stava urlando qualcosa ma non sentiva nulla. Si accorse che questa stava scuotendo la testa quando improvvisamente un fischio acutissimo le rimbombò nelle orecchie e la fece oscillare. Per l’inaspettato dolore, si strinse le orecchie ma il suono non veniva da lì, non veniva da nessun posto in particolare, sembrava nascesse da qualche parte in lei o molto vicino, la scuoteva. Per questo quasi non si accorse che il cielo si stava oscurando e un vento alzando. Improvvisamente, così come era arrivato, portò con sé la pioggia e i chiari segni di un temporale. Atena si trovò al buio, con la pioggia che la lambiva, stordita, non capiva dove stava andando. Sentiva che qualcuno l’aveva afferrata, pensava fosse Felicity e per un po’ si lasciò guidare. Cadde poco più in la da una riva e mentre il mondo le vorticava intorno, tra la pioggia, vide gli altri ragazzi che fuggivano in una confusione di braccia, gambe e volti completamente afoni. Si rannicchiò su stessa, strisciando in un punto per non farsi schiacciare. Aveva perso l’amica e dal dolore iniziarono a scenderle delle lacrime. Si sentiva nauseata e fu per quello che quando li vede pensò fosse solo una sua allucinazione. Le loro ombre si stagliavano nel bosco, molto più grandi di quanto lei avesse mai immaginato e i loro ruggiti squarciarono il cielo già assediato dai lampi. Mostri. Non sapeva come altro chiamare quelle deformi creature che aveva davanti a sé. La loro forma richiamava l’orrore più remoto, fatto di paura e dolore. Non riusciva a capire quanti fossero, li sentiva raspare e grugnire intorno a lei, mentre divellevano alberi come fossero fuscelli. La tempesta infuriava e quando un lampo brillò davanti a lei ebbe la visione di uno di loro. Si ergeva sulle zampe posteriori e con urlo feroce stava chiamando a raccolta gli altri. Le sue braccia nodose stringevano una verga, che agitava nell’aria. Ad ogni movimento i mostri di sotto, ubbidivano iniziando a muoversi per la foresta. Chiuse gli occhi, poi li aprì lentamente; il “capo”rimase di vedetta, mentre gli altri si sparpagliarono e, grugnendo e raspando si inoltravano nel bosco intorno a lei, alcuni così vicini che poteva quasi toccarli. Riuscì a contarne cinque ma forse erano molti di più. Le venne da urlare ma aveva così tanta paura che rimase stesa a terra mentre il fischio che prima l’aveva tormentata stava già scemando. Strisciando cercò di allontanarsi, un liquido caldo le scivolava sulla mano e sul braccio, “sangue” pensò, ma aveva troppa paura per fermarsi a controllare. Quando pensò di essere ad una certa distanza o, per un lampo di follia, si alzò ed iniziò a correre; non seppe quale di loro la inseguì per prima, il più grande, quello che sembrava comandare, quando si voltò a controllare era ancora li. La sua corsa durò poco. Uno di loro la raggiunse e per scansarlo quasi colpì un albero. Non aveva vie di fuga. Da una parte la strada era interrotta da una fitta boscaglia, dall’altra una rupe profonda che dava su uno strapiombo e davanti a lei due di loro. Aprì la bocca per dire qualcosa ma il ruggito di uno di loro gliela chiuse, Atena batté i denti e si morse la lingua; l’animale iniziò a correre digrignando le zanne, ne sentiva il rumore quando si avventò su di lei. L’altro però la prese di sorpresa caricando il compagno e deviando il colpo. Se l’avesse raggiunta sarebbe sicuramente morta, invece si ritrovò sbattuta contro l’albero. Scivolò a terra e cercò di rialzarsi ma si accorse di non riuscire a reggersi in piedi. Il mostro, dette un morso al compagno, lottarono per un po’, uno contro l’altro, distruggendo quanto si parava davanti a loro nella lotta. Niente poteva scalfirli, Atena notò che avevano delle scaglie taglienti lungo tutto il dorso e la schiena. Alla fine, quello più grosso che l’aveva caricata scaraventò l’altro per terra. Prima che potesse urlare si voltò a fronteggiarla e le fu addosso. Vide i suoi occhi scavati che la puntavano, famelici. Alzò le braccia in un ultimo tentativo di difendersi e il suo ultimo pensiero prima di perdere i sensi fu che finalmente aveva smesso di piovere.

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